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Gorillaz, The Mountain: l’anarchia di Albarn contro la dittatura degli algoritmi TikTok

Con il nuovo album la band ritrova le vette di Plastic Beach: un’opera complessa e politica che non cerca il consenso dei social.

C’è stato un momento, all’inizio degli anni Duemila, in cui i Gorillaz sembravano la risposta definitiva al futuro. Eravamo ragazzi, MTV passava i video di Jamie Hewlett in loop e Damon Albarn ci convinceva che una band virtuale potesse essere più reale dei gruppi in carne e ossa. Oggi, nel 2026, con l’uscita di The Mountain, quella sensazione di avanguardia ritorna, ma con il peso di una maturità che non concede sconti.

Non è un disco per tutti. E, onestamente, è meglio così.

L’equilibrio tra il suono di Kong e l’anima di Albarn

Dopo alcuni lavori che sembravano rincorrere le tendenze del momento, The Mountain segna un ritorno a quella coerenza sonora che avevamo amato in Plastic Beach. La produzione è densa, stratificata: è il ritorno del “suono di Kong”, un mix organico di batterie polverose, sintetizzatori analogici e quella malinconia di fondo che è il marchio di fabbrica di Albarn.

Il disco vive di un equilibrio precario ma riuscito tra la coralità degli ospiti e l’intimità di 2D. Sebbene siano presenti collaborazioni di peso — che Albarn dirige come un navigato direttore d’orchestra — è la sua voce a fare da bussola. È un album che non cerca il ritornello facile, ma preferisce costruire atmosfere che richiedono più di un ascolto distratto per essere decifrate.

La scalata politica e il concetto di “limite”

Analizzando il lavoro sotto una lente più filosofica, come suggerito dalla critica mitteleuropea (Termine tedesco («Europa di Mezzo» o «Centro-Europa»), The Mountain non è solo un titolo: è un concetto. L’album esplora l’idea del limite, della frontiera fisica e mentale in un mondo che sembra aver perso i propri confini. C’è un impegno politico palpabile, asciutto, mai urlato.

Rispetto ai lavori precedenti, qui la critica sociale si fa più strutturale. Non si parla di singoli problemi, ma della fatica stessa di restare umani in un ecosistema digitale che spinge verso l’omologazione. È un disco che parla di resistenza, di una scalata solitaria verso una consapevolezza che oggi sembra un lusso per pochi.

La sfida agli algoritmi di TikTok

Il punto di rottura più interessante di The Mountain è la sua totale indifferenza verso le logiche di consumo attuali. In un mercato musicale dominato da frammenti di trenta secondi pensati per scalare le classifiche di TikTok, i Gorillaz pubblicano un’opera che ignora i “drop” prevedibili e le strutture virali.

Damon Albarn sembra ribadire la sua rilevanza proprio sottraendosi al gioco. Se molti suoi coetanei cercano disperatamente di restare a galla scimmiottando i trend dei ventenni, i Gorillaz scelgono la strada della complessità. È un album che non si presta al balletto o alla clip veloce; è musica che pretende il tuo tempo, un bene che nel 2026 è diventato la valuta più preziosa e rara.

The Mountain ci restituisce una band che ha ancora qualcosa da dire, a patto che si sia disposti a fermarsi e ascoltare. Non è un’operazione nostalgia, ma la prova che si può invecchiare restando rilevanti, senza dover chiedere il permesso a un algoritmo.