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Cronaca di un fallimento annunciato: perché il Metaverso è morto (davvero)

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Analisi sulla chiusura di Horizon Worlds in VR e il ritorno di Meta alla realtà con gli smart glasses.

Il sogno di Mark Zuckerberg di creare un universo virtuale raggiungibile chiudendoci in un casco di plastica è ufficialmente in sotto autopsia. Meta ha staccato la spina a Horizon Worlds in versione VR, relegandolo a una versione mobile-only. Non è un aggiornamento tecnico: è una resa incondizionata. Abbiamo assistito in diretta alla fine dell’utopia digitale più costosa della storia.

Un buco nero da 80 miliardi: il naufragio economico

Se guardiamo i numeri, non stiamo parlando di un errore di percorso, ma di uno dei più grandi disastri industriali della storia moderna. Secondo i dati riportati da testate come CNBC e Bloomberg, la divisione Reality Labs di Meta ha bruciato tra i 70 e gli 80 miliardi di dollari. Per dare una proporzione a chi mastica pane e tech: è una cifra che polverizza fallimenti storici come il Fire Phone di Amazon o le ambizioni bruciate di Iridium.

Mentre il mercato si domandava se questa visione fosse realmente il futuro, Zuckerberg ha continuato a iniettare capitale in un ecosistema che non ha mai generato un ritorno reale economico e di utenti. Gli investitori, stanchi di finanziare una tecnologia che pesava come un macigno sul bilancio, hanno accolto il ridimensionamento di Horizon Worlds quasi con un sospiro di sollievo. Come evidenziato da TheStreet, il passaggio al mobile non è una scelta di espansione, ma una ritirata strategica: la vittoria del realismo capitalista sulla fantasia. Il mercato ha smesso di credere alle favole e ha iniziato a pretendere i dividendi dell’intelligenza artificiale.

Il fattore umano: non siamo nati per fare i palombari domestici

Perché è fallito? La risposta non è nei codici, ma nel comportamento umano. Semplice: i visori sono scomodi, isolanti e, ammettiamolo, un po’ ridicoli. La massa critica non ha mai mostrato interesse a sparire in un mondo virtuale graficamente datato, popolato da avatar senza gambe.

Va evidenziato inoltre una confusione strategica quasi imbarazzante, tra annunci di chiusura imminente e parziali smentite. Questa mancanza di coerenza è l’ammissione definitiva che l’utenza ha rifiutato l’immersività totale. Abbiamo preferito la realtà fisica a una copia digitale sgranata che richiedeva troppi compromessi sensoriali.

Il “post-mortem” di questo progetto ci dice che la tecnologia non può -sempre- imporre nuovi costumi sociali se questi vanno contro la nostra natura di esseri fisici.

Meta Quest 3 in azione

La via d’uscita: il ritorno al buon senso

C’è però una luce in fondo al tunnel, ed è decisamente più pop. L’evoluzione di Meta verso gli smart glasses e l’integrazione dell’IA è la mossa della disperazione, ma è anche la più sensata.

Gli occhiali li portiamo da secoli. Sono un accessorio accettato, essenziale, quasi parte del nostro DNA estetico. Renderli intelligenti senza isolarci dal mondo è una scommessa infinitamente più “umana”. Se il visore voleva sostituire la realtà, gli occhiali smart vogliono solo aiutarci a viverla meglio, senza barriere tra noi e quello che vediamo. Forse, dopo aver bruciato un impero, Meta ha finalmente capito che per guardare al futuro non serve chiudere gli occhi dentro una maschera, ma tenerli ben aperti sul mondo che ci circonda. Chissà se anche Apple col suo Vison Pro seguirano lo stesso percorso.


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