Tra Calvino e la “realtà” dei social, riscoprire il senso civile di un gesto analogico necessario.
In un capitolo de La giornata d’uno scrutatore, Amerigo Ormea osserva le schede elettorali ammucchiate: pezzi di carta che dovrebbero contenere la volontà di un Paese, eppure sembrano quasi insignificanti di fronte alla complessità della società.
Oggi, 22 marzo 2026, quella fragilità ci riguarda da vicino. Siamo chiamati alle urne per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. A prima vista sembra una questione lontana, un groviglio di articoli che fatica a trovare spazio tra le scadenze del lavoro, la quotidianità e il rumore delle notifiche push. Eppure, proprio come per il protagonista di Calvino, il punto non è solo il merito del quesito, ma il peso di quel gesto: l’atto fisico, quasi ostinato, di stringere tra le dita una matita per votare.
La fatica di uscire dalla bolla
Votare è faticoso. Richiede uno sforzo cognitivo che la nostra dieta digitale ha, in molti, atrofizzato. Viviamo immersi in una “realtà” fatta di opinioni polarizzate, dove ogni questione viene ridotta a uno scontro tra fazioni. Capire davvero la differenza tra chi accusa e chi giudica è stato un lavoro sporco. Informarsi sulla separazione delle carriere pretende tempo, studio e una dose massiccia di pensiero critico. Merce rara, in un mondo che urla e corre sempre.
La tentazione è quella di delegare, di pensare che “tanto decidono loro”, o peggio, che il nostro singolo voto sia insignificante. Ma è proprio qui che il parallelismo con Amerigo Ormea si fa tagliente. Al seggio del Cottolengo, Amerigo capisce che la democrazia non è una macchina perfetta, ma un organismo che vive solo se le persone decidono di “esserci”.
Un gesto analogico in un mondo digitale
Il seggio elettorale è rimasto uno degli ultimi luoghi realmente analogici della nostra Italia. Niente iPhone, niente filtri, niente possibilità di cancellare il commento dopo averlo pubblicato. Ci siamo noi, una matita e una scheda nella solitudine della cabina.
Votare sulla separazione delle carriere non è solo decidere se un giudice debba appartenere a un ruolo diverso rispetto a un pubblico ministero. È, prima di tutto, un esercizio di realtà. È il modo in cui diciamo a noi stessi che non siamo solo utenti di una piattaforma, ma cittadini di uno Stato. Poiché in questo referendum non esiste quorum, il silenzio non è una protesta: è solo una delega in bianco a chi, invece, al seggio ci andrà.
Il voto non è il traguardo, è il cantiere
Spesso commettiamo l’errore di pensare al voto come all’atto finale: vado, segno la croce, ho fatto il mio dovere. Niente di più lontano dalla lezione di Calvino. Per lo scrittore, la giornata dello scrutatore è una scoperta continua di quanto la realtà sia più ostinata delle nostre teorie.
Uscire dal seggio oggi non significa aver risolto il problema della giustizia in Italia. Significa aver aperto un cantiere. Il voto è l’iscrizione a un percorso di partecipazione che deve continuare domani, nelle discussioni, nella lettura dei giornali, nella sorveglianza critica su ciò che accadrà dopo.
La democrazia è un lavoro sporco, faticoso e spesso noioso. Ma l’alternativa è il silenzio degli assenti, quello spazio vuoto dove altri scriveranno le regole al posto nostro. Non lasciamo che la disillusione diventi la nostra unica bussola. Andare a votare è, oggi più che mai, un atto di sana, ostinata e necessaria resistenza individuale.
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