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L’ultima scommessa di Will Wright: Proxi tra IA e oblio digitale

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Perché il creatore di The Sims sta rischiando tutto su un simulatore di ricordi che il mercato non riesce a capire.

Un ufficio troppo grande per dodici persone, schermi che proiettano mappe mentali in 3D e il silenzio di chi sa che il prossimo crash potrebbe non essere del software, ma del conto in banca. Benvenuti nel 2026 di Will Wright.

Il padre di SimCity e The Sims, l’uomo che ha insegnato a generazioni di giocatori che urbanistica e la gestione domestica potevano essere più eccitanti di uno sparatutto, si trova oggi davanti al suo boss finale: la realtà finanziaria. Il suo nuovo progetto, Proxi, non è solo un gioco. È un’ambizione che odora di fantascienza anni ’70, un tentativo di digitalizzare l’anima attraverso l’intelligenza artificiale. Ma a che prezzo?

Il fantasma di Spore e l’algoritmo del sé

Per chi, come me, è cresciuto tra i pixel dei suoi capolavori, il parallelismo con Spore (2008) è inevitabile. Anche allora la promessa era titanica: simulare l’evoluzione dalla cellula alla conquista galattica. Anche allora, la visione si scontrò con i limiti tecnici e le aspettative di un mercato che voleva un gioco, non un esperimento biologico.

Con Proxi, Wright alza la posta. Non vuole simulare la vita, vuole simulare la tua vita. L’idea è di quelle che fanno tremare i polsi: caricare foto, testi e ricordi in un sistema IA che genera un “avatar cognitivo”. Un’estensione di noi stessi capace di interagire in mondi condivisi. Se negli anni ’90 giocavamo a fare Dio, oggi Wright ci chiede di giocare a fare noi stessi. Un narcisismo algoritmico che, tuttavia, si scontra con una grafica che molti definiscono “acerba” e un’interazione che fatica a uscire dallo stadio di prototipo mentre i competitor (Zuckerberg in testa) bruciano miliardi in progetti simili.

Etica, privacy e il costo umano del sogno

Personalmente non posso fare a meno di notare un paradosso. In un’epoca in cui la privacy dei dati è il nuovo campo di battaglia geopolitico, Proxi chiede agli utenti di consegnare la propria memoria a una startup, la Gallium Studios, che naviga in acque agitate. Affidare i propri ricordi a un’azienda in crisi di liquidità è un atto di fede che rasenta l’incoscienza: cosa succede a quei dati se la società fallisce?

L’aspetto etico si intreccia con quello industriale. Vedere un genio di 65 anni investire un milione di dollari dei propri risparmi è un atto di dedizione estrema, quasi eroica. Eppure, è anche un segnale d’allarme rosso fuoco: se un nome come Will Wright non riesce ad attrarre capitali esterni nel 2026, significa che il mercato -forse- ha smesso di credere nei visionari puri. Dietro le quinte, un team ridotto all’osso lavora spesso gratis, prigioniero di quella dinamica tossica dell’industria dei videogame dove il “sogno dell’autore” diventa l’alibi per l’instabilità professionale dei dipendenti.

Il gioco delle tre carte: tra Blockchain e IA generativa

La cronaca dello sviluppo di Proxi sembra un catalogo dell’hype degli ultimi cinque anni. Prima c’erano gli NFT e la blockchain per la “proprietà delle memorie”, poi, svanita la bolla, il pivot repentino verso l’IA generativa e l’integrazione con gli hardware indossabili, sullo stile dei RayBan Meta.

Questo inseguimento costante dell’ultimo trend suggerisce un’identità di progetto confusa, che cerca una casa tecnologica più per necessità di funding che per coerenza narrativa. Wright sta provando a trasformare un gioco in un assistente cognitivo, forse per dare un’utilità pratica a un’idea che i publisher faticano a prezzare. È la parabola di un demiurgo che cerca di adattarsi a un mondo che non ha più la pazienza di aspettare i suoi tempi lunghi.


Un futuro in sospeso

Mentre l’ufficio di Gallium Studios si svuota e le demo restano confinate in piccoli circoli di appassionati, Wright resta al centro della scena, sospeso tra il genio e l’oblio. Proxi potrebbe essere la rivoluzione silenziosa che trasforma il gaming in conservazione della memoria, o potrebbe restare un bellissimo “what if” citato nei manuali di game design tra dieci anni.

È la fine dell’era dei grandi autori solitari? Forse. O forse è solo il lungo, faticoso parto di qualcosa che siamo ancora troppo miopi e cinici per comprendere. Di certo, nel 2026, il futuro di Will Wright appare come uno dei suoi mondi virtuali: affascinante, complesso e terribilmente fragile.

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