Volevo meno distrazioni, ho ottenuto un tic al polso.
Dopo quasi otto anni di uso quotidiano, ho messo l’Apple Watch nel cassetto. Non è un addio, ma una constatazione: quello che doveva essere uno strumento di libertà era diventato un guinzaglio borchiato di notifiche. Mi sono accorto che, invece di guardare meno il telefono, avevo semplicemente spostato il rumore di fondo a pochi centimetri dalla pelle.
Il mito del filtro
L’idea era bella: guardi l’orologio, vedi che è una notifica inutile e torni a fare quello che stavi facendo. Nella pratica, è andata diversamente. Lo smartwatch è nato “rumoroso”, con impostazioni di fabbrica che ti bombardano per ogni minima cosa: dal ricordarti di respirare, di alzarti dalla sedia, di andare a dormire o dagli avvisi per i turni di guida su CarPlay. Tutto questa senza dimenticare le notifiche di messaggi, social, app varie etc etc..
Il risultato? Un drastico calo della produttività. Ogni vibrazione interrompe il flusso di pensiero, anche nei momenti importanti. Quel “tic del polso” è diventato un riflesso che frammenta la giornata in mille pezzi inutili. Non è comodità, è interruzione continua.
La dignità dell’analogico
Tornare a un orologio tradizionale è stato un sollievo inaspettato. Un oggetto meccanico o al quarzo ha un compito solo: segna il tempo. Non vibra se Matteo o Enrico scrivono nel gruppo, non mi rimprovera se sono pigro e non pretende di essere caricato ogni notte.
C’è una certa eleganza nel fatto che un oggetto faccia bene una sola cosa. È lì se ti serve, ma non ti cerca mai. In un mondo che urla per avere la nostra attenzione, un orologio che sa stare zitto è resistenza.
Uno strumento, non un compagno
L’Apple Watch non è da buttare, ma va ridimensionato. Da estensione del corpo lo sto trasformando in un “attrezzo tattico”. Lo userò ancora, ma solo quando serve davvero: durante un’escursione o in situazioni dove è meglio non tenere il telefono in mano per sicurezza.
Per tutto il resto del tempo, sta bene dove l’ho messo. Le Big Tech ci hanno venduto la comodità, ma si sono dimenticate di fornirci un manuale di igiene mentale per sopravvivere a troppi input. Scegliere l’analogico non significa odiare la tecnologia, significa solo riprendersi il proprio spazio. A volte la scelta più smart è proprio staccare la spina.
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