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The Odyssey: Nolan avvicina Ulisse ai supereroi

Il verdetto dopo il polverone social e i voti record della critica

Sono uscito dal cinema con una domanda in testa: cosa mi resta dopo aver visto tre ore di IMAX e centinaia di milioni di dollari di budget? La risposta, purtroppo, non mi ha convinto.

The Odyssey arriva con aspettative altissime. Nolan reduce da Oppenheimer, un cast notevole — Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland, Zendaya, Charlize Theron — e la promessa di riportare al cinema un racconto vecchio di tremila anni. Il problema è che il film sembra più interessato a dimostrare la propria ambizione registica piuttosto che raccontare una storia.

Il combattimento una coreografia da supereroi

La cosa che mi ha colpito di più, in negativo, è quanto le scene d’azione ricordino il Nolan di Batman. I duelli, gli scontri con i mostri, persino certi momenti di tensione con i Proci, hanno un ritmo e una messa in scena che sembrano usciti dalla trilogia del Cavaliere Oscuro più che dall’epica greca. Personalmente non vedo l’Odissea come un action movie, ma come un viaggio interiore travestito da avventura. Qui invece lo spettacolo prende il sopravvento, e il combattimento diventa fine a se stesso, coreografato per stupire like film Marvel.

Anche sul piano visivo, Nolan indulge spesso in inquadrature che sembrano parlare più a se stesse che alla storia. La fotografia è imponente, certo, ma a tratti autoreferenziale: sequenze costruite per essere ammirate come poster piuttosto che vissute come narrazione. Si finisce per ammirare l’inquadratura, il costume, il gioco di luce — non il film.

Dialoghi: buoni, ma a volte vuoti

Qui devo fare una grande distinzione. I dialoghi non sono il disastro che una parte di internet vuole far credere. Ci sono scambi scritti bene, alcuni persino memorabili. Ma diversi passaggi sembrano costruiti per la clip social piuttosto che per la scena: battute che colpiscono nell’immediato e poi si sgonfiano, senza lasciare davvero traccia nel percorso del personaggio. È la differenza tra una frase bella e una frase necessaria. Nolan, qui, ne scrive tante belle e poche necessarie.

Il vero problema: il cast centrale

Se c’è un elemento che affonda il film più di ogni scelta stilistica, è la recitazione dei protagonisti. Cominciamo da Ulisse. Lui dovrebbe essere il centro emotivo di tutto — un uomo logorato da vent’anni di guerra e mare, diviso tra dovere e nostalgia di casa. Le scelte registiche lo fanno arrivare schiacciato, poco credibile nei momenti che contano. Stesso discorso per Telemaco: un personaggio piatto, ospite della storia.

In generale anche gli altri personaggi hanno caratterizzazioni discutibili che trovano nel montaggio un nemico. Questo accumula momenti-chiave senza dare al film il respiro necessario. Pur riconoscendo la grandiosità dell’operazione devo sottolineare come se la complessità produttiva avesse in parte soffocato l’emozione.

A salvare la parte emotiva del film ci pensa Anne Hathaway. La sua Penelope è l’unico personaggio che sembra portare il peso degli anni, e dell’attesa. Dove Matt Damon col suo Ulisse fatica a convincere, lei riesce a comunicare, anche solo con uno sguardo, quello che il copione spiega a parole. Questa è la prova d’attrice più solida del film, e probabilmente l’unica ragione per restare attaccati allo schermo nei momenti deboli della sceneggiatura.

Il pubblico è diviso, non entusiasta all’unanimità

Al netto dei numeri record su Rotten Tomatoes e Metacritic — che raccontano una storia di consenso quasi granitico — basta scendere tra le recensioni utenti per trovare un’altra narrazione. Su Metacritic, la sezione delle recensioni negative pullula di lamentele su durata eccessiva, trama percepita come confusa, dialoghi troppo moderni per l’ambientazione. Su Reddit, nel thread dedicato al film, tra gli entusiasti spuntano commenti che parlano di uno spettacolo “senza anima”, di un Nolan più interessato alla struttura che ai personaggi, di un Ulisse poco credibile. Sono le stesse crepe che ho notato io, seppur raccontate con toni molto più duri.

Poi ci sono i video YouTube che hanno etichettato il film come “il peggiore del 2026” o come qualcosa uscito “spazzatura pura”. Qui il registro cambia completamente: non è più critica, è sfogo. Utile per capire il clima attorno al film, meno utile per giudicarlo davvero.

Il mio giudizio

Non userò un voto. Diciamo che The Odyssey è un film che si ammira più di quanto si ami. Le inquadrature, i costumi, la produzione: tutto imponente, tutto studiato al millimetro. Ma sotto la superficie, la storia fatica a respirare, e i due personaggi che dovrebbero farti sentire il peso del viaggio — padre e figlio — restano distanti. Ho apprezzato la scrittura in diversi momenti, ma il film nel suo insieme mi ha lasciato più freddo di quanto avrei voluto.

Polemica social vs plebiscito critico

Vale la pena chiudere su un punto che ha accompagnato l’uscita del film fin dai primi trailer. Da una parte c’è la polemica social: rumore, spesso immondizia pura, alimentata da chi non ha nemmeno visto il film e reagisce a un fotogramma o a un nome nel cast. Dall’altra c’è la critica vera — quella che analizza, argomenta, motiva un giudizio anche quando è severo. Sono due cose diverse, e vanno trattate diversamente.

Detto questo, The Odyssey resta un film divisivo, e non credo sia un caso isolato o riducibile a una sola causa. Le ragioni sono tante: aspettative altissime dopo Oppenheimer, un budget che porta con sé pressioni enormi, scelte di adattamento che toccano un testo sacro per molti, un contesto social ormai incapace di distinguere tra dissenso critico e tifoseria. Io vi ho raccontato la mia esperienza in sala. Il resto — vedere il film, formarsi un’opinione propria, magari anche opposta alla mia — spetta a voi.


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