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Zelda: Breath of the Wild compie (quasi) 10 anni

Un viaggio tra nostalgia e Switch 2 Edition, il mio ritorno a Hyrule

Ci sono giochi che segnano una generazione di console. Breath of the Wild è stato quel gioco per Nintendo Switch, fin dal day one. Quasi dieci anni dopo, con la Nintendo Switch 2 Edition tra le mani, mi sono chiesto se quel picco fosse ancora lì, intatto, o se il tempo lo avesse scalfito.

Il punto più alto della prima Nintendo Switch

Quando Breath of the Wild uscì, al day one di Switch, ridefinì cosa potesse essere un open world Zelda e, in parte, cosa potesse essere un open world punto e basta. Non era la solita mappa piena di icone da spuntare. Era un mondo che ti lasciava semplicemente entrare, senza spiegarti troppo, fidandosi che avresti trovato la tua strada. Quella libertà, all’epoca, sembrava quasi un atto di coraggio da parte di Nintendo e di fede nell’hardware della console.

Ho completato per la prima volta l’avventura su Nintendo Switch quasi 10 anni fa. In questi giorni l’ho ripresa in mano nella versione per Nintendo Switch 2, e la domanda che mi ha guidato non era “è ancora un bel gioco” (lo sapevo già) ma “ha ancora senso giocarlo oggi nella versione ottimizzata per Switch 2”.

Cosa cambia su Nintendo Switch 2

Partiamo dal dato tecnico, perché è quello su cui converge quasi tutta la critica internazionale. Ora abbiamo60 fps stabili e tempi di caricamento ridotti. Questo miglioramento cambia concretamente il ritmo di gioco rispetto all’esperienza originale, spesso frenata da cali di frame rate nelle zone più dense di Hyrule. Questo upgrade renda l’esplorazione più fluida senza intaccare il level design originale.

Siamo davanti a un upgrade glorioso a cui però manca qualche tassello. La sensazione, giocandolo ora, è quella di un gioco che finalmente gira come avrebbe dovuto girare fin dall’inizio, non un’esperienza reinventata, ma un’esperienza finalmente senza attriti tecnici a distrarti dalla sostanza. La maggiore fluidità cambia la percezione di alcune sequenze, in particolare i combattimenti più caotici con più nemici a schermo. La Versione di Breath of the Wild per Nintendo Switch 2 non stravolge il titolo, lo libera.

Se dovessi indicare la qualità che ha retto meglio il peso degli anni non sarebbe la grafica né il framerate, ma sarebbe la longevità della struttura stessa del gioco. Rigiocandolo, mi sono ritrovato a tornare in territori che ricordavo bene, con l’aspettativa di attraversarli in fretta, e invece ho scoperto dettagli, percorsi, piccole soluzioni ambientali che mi erano sfuggiti la prima volta. È raro che un open world regga un secondo playthrough (bel terminozzo tecnico) completo senza sembrare ripetitivo. Breath of the Wild lo fa, e lo fa perché il piacere non è mai stato solo la destinazione, ma il modo in cui ci arrivi.

Ci sono limiti, ma senza drammi

Non tutto è perfetto, ma è importante ridimensionare. La durabilità delle armi resta un elemento divisivo quanto lo era nel 2017. Chi lo amava lo ama ancora, chi lo trovava frustrante lo troverà frustrante anche ora. I santuari, presi singolarmente, non hanno la varietà di design che poi Nintendo avrebbe raffinato in seguito. E la narrazione, per chi cerca una trama più guidata, resta volutamente frammentata, quasi archeologica nel modo in cui va ricostruita.

Sono limiti reali, ma marginali rispetto a quello che il gioco offre nel complesso. Non sono il tipo di difetti che rovinano l’esperienza: sono più che altro le uniche crepe visibili in un’opera che, per il resto, ha retto il tempo meglio di quasi ogni altro open world uscito nello stesso periodo.

Perché parlarne ancora oggi

Dieci anni dopo, The Legend of Zelda: Breath of the Wild non ha bisogno di essere difeso. Ha già vinto la sua battaglia culturale: ha cambiato il modo in cui pensiamo agli open world, ha reso la prima Nintendo Switch una console memorabile fin dal lancio, ed è riuscito a farlo senza affidarsi a trucchi di marketing o a promesse mai mantenute. La Nintendo Switch 2 non aggiunge un nuovo capitolo alla storia ma la rifinisce, la rende più godibile, toglie l’attrito tecnico che a volte si frapponeva tra il giocatore e il mondo di gioco.

Chi lo giocò al lancio troverà, tornandoci, la stessa meraviglia con qualche ruga tecnica in meno. Chi non l’ha mai giocato ha oggi, probabilmente, la versione dedicata a Nintendo Switch 2 è la migliore per iniziare. In entrambi i casi, resta un’opera che a dieci anni di distanza continua a reggere l’urto non perché invecchiata bene per caso, ma perché costruita fin dall’inizio su fondamenta che il tempo fatica a intaccare.


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