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Meteo show: Il meteo non è solo meteo

Un viaggio tra gingle, mappe e ondate di caldo battezzate come divinità greco-romane, per capire chi decide cosa (e come) raccontarci del tempo

Caronte bussa alla porta ogni estate, puntuale come un orologio. Prima di lui è passato Lucifero. Prima ancora, Nerone. Non sono personaggi usciti da un fumetto americano come Sandman, né da un albo Bonelli, sono ondate di calore. Gli abbiamo dato nomi da traghettatori infernali e imperatori pazzi, e nessuno si è mai chiesto perché un anticiclone debba avere la dignità narrativa di un cattivo dell’universo DC.

Ecco, partiamo da qui. Perché il modo in cui chiamiamo il caldo dice molto di più sui media che sul clima.

Il rito del silenzio

C’erano due momenti, in casa mia, in cui calava un silenzio quasi religioso. Il primo era al mattino. Le previsioni del TG5 che alternavano le mappe delle regioni italiane, temperature. Il secondo era la sera, fisso, il TG regione Piemonte su Rai 3. Nessuno parlava. Si guardava la mappa, si aspettava il simbolo del sole o della nuvola sopra la propria città.

Mio padre faceva il panettiere e mia madre l’operaia. Quindi no, non eravamo una famiglia di agricoltori con lo sguardo rivolto al cielo per il raccolto. Eravamo semplicemente una famiglia come tante, che si era costruita attorno al meteo un piccolo rito domestico, senza nemmeno rendersene conto.

La nostra famiglia era perfettamente in linea con quello che uno studio francese di fine anni Novanta, pubblicato su Sciences de la Société, aveva già notato una distinzione che i francesi chiamano météo contro météorologie, e che tradotta suona più o meno così: il meteo, quello che vediamo in tv, non è la meteorologia. La prima è scienza, fatta di modelli e previsioni probabilistiche. La seconda è più che altro un’abitudine da bar, un modo per parlare del nulla insieme, che vive di parole comuni più che di numeri. Due mondi vicini, che raramente coincidono davvero.

Bernard Lamizet, sempre su quelle pagine, andava oltre. Il meteo in tv funziona perché parla a tutti, senza distinzione di sesso, cultura e media. È l’unica informazione davvero universale dell’informazione. E proprio per questo il meteo si presta benissimo a diventare spettacolo.

Da Bernacca alle meteorine

In Italia il salto lo racconta bene un pezzo dell’Espresso uscito la scorsa estate. Si parte dal colonnello Edmondo Bernacca, la voce pacata che per anni ha spiegato il tempo agli italiani con il tono di chi legge un bollettino ufficiale, non di chi vende un prodotto. Bernacca rassicurava. Bernacca informava. Bernacca, soprattutto, non aveva bisogno di stupire nessuno.

Poi qualcosa è cambiato. Sono arrivate le meteorine, il meteo si è fatto più patinato, più veloce, più “televisivo”. E oggi — questo è il punto che l’Espresso mette bene a fuoco — siamo arrivati a un paradosso quasi comico: nei talk show capita di sentire persone che mettono in dubbio la crisi climatica proprio mentre si discute di ondate di calore da record. Il format ha vinto sul contenuto. Il meteo è diventato intrattenimento, e come ogni intrattenimento ha bisogno di conflitto, di personaggi, di colpi di scena.

Il problema è che il tempo atmosferico, quello vero, non ha trame. Ha statistiche.

Creare una storia dentro un bollettino

L’idea è semplice. Il bollettino meteo, anche quello più asciutto, si porta dietro sempre qualcosa in più: un tono, un’inflessione, un piccolo arco narrativo. Non ti dicono solo che domani pioverà. Ti dicono che il weekend “sarà rovinato”, che l’estate “fa sul serio”, che l’inverno “si prende la rivincita”. Sono micro-storie innestate su un contenuto tecnico, e funzionano proprio perché il pubblico non le percepisce come tali. Sembra ancora scienza. È già narrazione.

E qui torniamo a Caronte. Dare un nome a un’ondata di calore non è un vezzo grafico. Eurac Research lo spiega bene: battezzare un fenomeno atmosferico con una figura mitologica risponde a una logica precisa. Da un lato c’è una strategia cognitiva vera e propria. Un nome si ricorda meglio di un numero, “quaranta gradi” scivola via, “Lucifero” resta. Dall’altro c’è la gestione della percezione del rischio: un’entità con un nome sembra più minacciosa, più concreta, quasi dotata di volontà propria. Il caldo diventa un antagonista. E un antagonista, si sa, tiene incollati allo schermo meglio di un’isobara.

Il problema è che un antagonista mitologico arriva, fa danni, e se ne va. Torna l’anno dopo con un altro nome, e la storia ricomincia da capo. Come se fosse sempre la prima volta.

Quello che il meteo-show non dice

Ed eccoci al punto più scomodo. Un report di Greenpeace insieme all’Osservatorio di Pavia, uscito dopo l’estate 2025, ha analizzato come i media italiani hanno raccontato il caldo estremo di quella stagione. Il risultato: circa tre notizie su quattro non menzionavano la crisi climatica come elemento esplicativo. Il caldo veniva raccontato come “evento meteo” (un fatto isolato, quasi capriccioso) non come sintomo di un processo strutturale in corso da decenni.

Non è un dettaglio da poco. Se ogni ondata di calore ha un nome proprio e una durata definita, con un inizio e una fine ben scanditi dal telegiornale della sera, allora resta un episodio. Qualcosa che passa. E se passa, non chiede cambiamenti. Chiede solo di essere sopportato, magari con l’aria condizionata al massimo, in attesa che arrivi settembre.

C’è poi un dato più ampio, riportato da Greenreport: a livello globale, la copertura mediatica del cambiamento climatico è calata per il quarto anno consecutivo. E questo mentre il 2025 si conferma tra gli anni più caldi mai registrati, tra incendi, ondate di calore mortali e tempeste sempre più fuori scala. La curva dell’attenzione mediatica e la curva della temperatura stanno andando in direzioni opposte. Non è un controsenso da poco.

Forse la domanda giusta non è se i media debbano parlare di più di crisi climatica. La domanda è: possono farlo, restando dentro un formato spettacolare che per sua natura preferisce il colpo di scena alla lenta erosione di un equilibrio? O il format stesso è già la risposta, e va ripensato da zero?

La sigla che resta

Chissà se qualcuno, tra qualche decennio, si ricorderà ancora la mappa dell’Italia con le nuvolette stilizzate del TG5, o la sigla del TG regione Piemonte che apriva quel rito serale del silenzio. Io me le ricordo bene. Ricordo la musichetta un po’ vintage, quelle poche note che bastavano a far capire, ancora prima delle immagini, che stava per iniziare il momento del meteo e che in casa, per novanta secondi, non si doveva parlare.

Era informazione, certo. Ma era già anche altro: un piccolo teatro quotidiano, con la sua sigla, il suo ritmo, i suoi tempi comici involontari. Oggi quel teatro si è solo fatto più grande, più sonoro, più bisognoso di nomi propri e di nemici mitologici da sconfiggere ogni estate.

Il tempo, quello vero, continua a fare esattamente quello che ha sempre fatto: seguire leggi fisiche che non conoscono sceneggiature. Il meteo che guardiamo in tv, invece, ha imparato a raccontare storie. E forse è il momento di chiederci se, tra le due cose, stiamo ancora distinguendo bene chi sta parlando — la scienza, o lo spettacolo che ci ha costruito sopra.


Fonti


Una risposta a “Meteo show: Il meteo non è solo meteo”

  1. […] è uscito un pezzo (LINK)a cui tenevo particolarmente, sulla funzione sociale del meteo in tv. Il punto di partenza è […]

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